Perché abbiamo paura di chi indossa una maschera?
Dietro le quinte del caso Bunnyman, a cura di
Una domanda che mi sono sempre posto, è quella riguardante il perché la società globale, provi un senso di insicurezza e ansia nel non conoscere il volto di qualcuno. Sono da sempre molteplici le ragioni che hanno spinto l’uomo a coprirsi capo e viso nel corso della storia, poiché nel bene e nel male, si tratta di un sistema utilizzato in ogni campo e ruolo sociale. Nel Medioevo, i guerrieri indossavano armature composte da elmo, gorgiera e cotta di maglia con lo scopo di intimidire il nemico, una tradizione che è giunta fino ai soldati moderni e ai loro elmetti mimetici. I criminali, da quelli più spietati ai meno aggressivi, hanno messo al primo posto la tutela della loro l’identità, prima di procedere con aggressioni, attentati o furti. Persino quando da bambini erano i nostri genitori a coprirsi la faccia con le mani solo per spaventarci, ci sentivamo seppur in minima parte, in uno stato di allerta, nonostante l’assoluta genuinità del gesto. E allora il dubbio sorge spontaneo: perché? Per rispondere analizzeremo il caso Bunnyman, la storia di un uomo mascherato da coniglio, che agli inizi del secolo scorso, fu la principale fonte di terrore nella Virginia settentrionale. Ricercati scelse di affrontare il caso nella sesta puntata della prima stagione, trovando un forte successo con il numero di ascolti, sin dalla diretta in radio. Per andare oltre il personaggio di Douglas J. Grifon, in “arte” Bunnyman, toccheremo dei punti focali della leggenda originale del 1904, usando tre differenti chiavi di lettura: quella folcloristica, quella scientifica e per finire quella psicologica.
La versione integrale della puntata, é disponibile sulle piattaforme podcast ufficiali di Ricercati.
Dopo la chiusura di un manicomio di prigionia nel 1904 a Clifton, in Virginia (U.S.A.), un incidente dell’autobus penitenziario adibito al trasferimento dei detenuti, portò alla fuga di numerosi criminali. Tutti vennero acciuffati, eccetto due. Il primo, Marcus Wallste, venne ritrovato impiccato nei boschi della zona, circondato da carcasse di conigli e altri animali. Del secondo invece, nessuna traccia, solo un messaggio inciso sul corpo sfregiato del compagno, che recitava il seguente nome: “Bunnyman”. Una firma… un marchio… o forse un avviso. Certo era che il secondo fuggitivo, chiamato Douglas Grifon, era ormai diventato un assassino a piede libero. Da quel giorno la sua “casa” diventò il Colchester Overpass, il cavalcavia ferroviario al confine della contea, che venne rinominato dagli abitanti locali "Bunny Man Bridge", a seguito dei numerosi avvistamenti. Da lì in avanti, le segnalazioni dell’uomo aumentarono vertiginosamente, per lo più descritto come un pericoloso individuo mascherato da coniglio e armato di ascia, che minaccerebbe le persone vandalizzando le loro proprietà. Il tutto venne all’epoca bollato dalle autorità come semplice isteria di massa, ma a oltre centovent’anni dall’incidente, la sua leggenda sussiste nell’immaginario collettivo più viva che mai.
Il ricercato in questione possiede un “fratello gemello” all’interno della serie: il Fantasma di Texarkana. Ribattezzato dalla stampa “Moonlight Murderer” (assassino al chiaro di Luna), fu un serial killer colpevole di cinque omicidi. I due hanno diversi fattori in comune: la segretezza della propria identità, l’irregolarità negli attacchi e l’inconcludenza delle indagini a loro carico. Nonostante prove concrete del loro passaggio, non è mai stato identificato un profilo compatibile con le rispettive figure, quantomeno non oltre ogni ragionevole dubbio. Pertanto sono tutt’oggi, due casi irrisolti della criminalità americana.
1. Indagine folcloristica
La ragione per cui la società moderna differisce da quella antica, è certamente una maggiore informazione generale con conseguente aumento dell’istruzione e conoscenza personale. Nessuno crede più alle profezie o alle maledizioni delle streghe. Nessuno scambia un temporale per una punizione divina, così come non si crede più ai fantasmi (si spera). Ecco, tali certezze, svaniscono laddove entra in gioco una maschera. La potenza di un oggetto così semplice e il più delle volte di poco valore, è disarmante. Lì sotto potrebbe esserci chiunque, anche un’entità malvagia. Spiriti e figure sovrannaturali ci sembrano all'improvviso reali. Il motivo? In quei casi perdiamo la nostra unica rassicurazione, cioè la prova tangibile che a indossarla ci sia una persona in carne ed ossa. È l'eterno dubbio sull’ignoto: su un'ipotesi improbabile al 99,9%, quel minuscolo 0,1% basta a turbarci. È la classica logica del “finché non vedo, non credo”.
2. Indagine scientifica
Il reale motivo di smarrimento e paura però, non è dovuto ai troppi film horror visti, ma ad un riscontro reale e fisiologico. Tutti noi proprio come gli animali, siamo guidati dall’istinto. Certo non come milioni di anni fa, ma qualcosa ci dev’essere rimasto dalla nostra precedente fase evolutiva. Con i cinque sensi dunque, siamo totalmente in grado di acquisire le informazioni necessarie per rapportarci con il mondo esterno. Quando il bersaglio che abbiamo dinanzi invece, ha il volto coperto, non siamo più in grado di utilizzare la vista, il canale non solo più importante, ma soprattutto il più utilizzato. Senza di esso, ci sentiamo impotenti, perché l’altro al contrario, riesce a vederci. Lui può farlo nei nostri confronti e noi no. Per tanto siamo in una condizione di netto svantaggio, così il nostro corpo ce lo comunica sotto forma di paura. Un meccanismo di difesa che ci tiene sempre all’erta e non ci fa mai abbassare la guardia.
3. Indagine psicologica
Sulla psiche non ci resta che parlare delle situazioni citate pocanzi, applicandole però alla concretezza dei fatti. Prima ancora di domandarci “perché abbiamo paura di chi indossa una maschera?”, sarebbe meglio riflettere sul “perché indossare una maschera?”. Chi si nasconde, se escludiamo le feste di Carnevale e Halloween o la vergogna di guardarsi allo specchio, ha spesso in mente qualcosa di illecito. Lo fa perché ha in mente qualcosa che altrimenti non gli converrebbe fare. Con il viso invisibile non è identificabile e può farci del male senza subire conseguenze: un ladro ruba indisturbato così come un motociclista fugge al posto di blocco negando di essere lui alla guida. In tale vortice, ogni equivoco può essere scambiato per un potenziale pericolo, e il cervello umano soffrendo spesso di debolezza, finisce in paranoia senza un reale bisogno.
Bunnyman è riuscito pienamente nel suo intento, grazie alla combinazione delle tre indagini. Ha scelto un animale innocuo, che suscita tenerezza e lo ha evocato sotto forma di spietatezza. Si è costruito un fortino invalicabile, il Colchester Overpass, lontano da occhi indiscreti e non raggiungibile di notte vista la totale assenza di luce. Ha anche commesso degli errori fra cui l’aver lasciato tracce, ma non il più importante. Non si è fatto vedere in faccia. Taglio degli occhi, zigomi, labbra e forma del naso sono rimasti sconosciuti. E quindi nonostante le segnalazioni, gli avvistamenti e addirittura un’accetta lanciata con forza dentro l’auto di due ragazzi rimasti miracolosamente illesi, avremo per sempre il sospetto su chi sia stato realmente Bunnyman.


